La SEO diventa anche GEO (o AEO): cosa cambia quando a cercare è l'intelligenza artificiale
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La SEO diventa anche GEO (o AEO): cosa cambia quando a cercare è l'intelligenza artificiale
Sempre più persone non cercano più su Google: chiedono a ChatGPT, a Gemini, a Perplexity. E ottengono una risposta sola, non dieci link. Per un'azienda la domanda diventa: come si finisce dentro quella risposta? Vi diciamo cosa funziona davvero — con i dati alla mano, e senza le solite promesse.
Per vent'anni la regola è stata una sola: farsi trovare su Google. Ottimizzare le pagine, guadagnare posizioni, comparire tra i primi dieci risultati. Poi è arrivato qualcosa che ha cambiato l'abitudine di milioni di persone: invece di digitare qualche parola e scorrere una lista di link, oggi in tanti scrivono una domanda intera a un'intelligenza artificiale — e ricevono una risposta già confezionata.
Quando qualcuno chiede a ChatGPT "qual è la migliore agenzia di marketing a Salerno" o "come faccio a raccogliere recensioni dai clienti", l'AI non mostra dieci siti tra cui scegliere. Ne cita due o tre, al massimo. E se la vostra azienda non è tra quelle, per quell'utente semplicemente non esistete.
Questo ha un nome — anzi, ne ha diversi, perché il settore non si è ancora messo d'accordo: GEO (Generative Engine Optimization), AEO (Answer Engine Optimization), a volte AIO. Sigle diverse per la stessa idea: rendere i vostri contenuti comprensibili e citabili dalle intelligenze artificiali, come per anni li abbiamo resi trovabili dai motori di ricerca.
La SEO non muore. Si allarga.
Partiamo da un equivoco da sgombrare subito, perché in giro si legge il contrario: la SEO non è finita, e il GEO non la sostituisce. Le AI, quando cercano una risposta sul web, pescano dagli stessi indici che alimentano Google e Bing. Se il vostro sito non è raggiungibile, non è indicizzato, non è ben strutturato, nessuna tattica "per le AI" vi salverà.
La lezione più pulita che emerge dalle misurazioni recenti è questa: la SEO classica è necessaria ma non più sufficiente. È la base di partenza. Poi, su quella base, si aggiungono le mosse specifiche per farsi citare dalle AI.
Ma c'è un dato che cambia il modo di ragionare, ed è forse la cosa più importante di tutto l'articolo:
Fino a poco tempo fa, i siti in cima a Google erano quasi sempre gli stessi che le intelligenze artificiali citavano nelle loro risposte. Oggi non è più così: le due liste si somigliano molto meno di prima. Essere primi su Google, insomma, non basta più per finire nella risposta di un'AI.
In altre parole: le AI si stanno costruendo dei gusti propri su quali fonti considerare affidabili, e non coincidono con la classifica di Google. Questo è il motivo per cui il GEO non è "SEO col cappello nuovo", ma un lavoro aggiuntivo con regole tutte sue.
- Ricerca sul web classica
- Parole chiave, link in ingresso, velocità del sito
- Contenuti di pagina approfonditi
- Strategia collaudata, di lungo periodo
- Riquadri in evidenza e "Le persone chiedono anche"
- Risposte concise e ben strutturate
- Pagine FAQ e guide "come fare"
- Maggiore visibilità nella pagina dei risultati
- Panoramiche AI e assistenti conversazionali
- Esperienza, competenza, autorevolezza, affidabilità
- Fonti ben citate e verificabili
- Contenuti utili e basati sull'esperienza reale
Cosa funziona davvero (lo dice uno studio, non noi)
Qui di solito iniziano le promesse. Noi preferiamo i dati. Un gruppo di ricercatori delle università di Princeton e dell'Allen Institute for AI ha fatto una cosa semplice e utile: ha testato nove diverse tattiche di ottimizzazione per capire quali aumentano davvero le probabilità di essere citati da un'AI, e quali no. I risultati sono netti.
Fonte: Lo studio "GEO: Generative Engine Optimization" (Aggarwal et al., presentato alla conferenza ACM SIGKDD 2024) ha testato nove tattiche...
Il filo conduttore è chiaro: le AI citano volentieri chi sostiene un'affermazione con un numero preciso o una fonte autorevole. Scrivere per essere citati significa scrivere contenuti che rispondono a domande vere, in modo diretto, con dati a supporto — non gonfiare le pagine di parole chiave sperando che qualcosa funzioni.
✓ Quello che sposta i risultati
- Rispondere a domande reali, formulate come le fa una persona: "quanto costa un sito web professionale" batte una pagina ottimizzata sulla parola "sito web".
- Dati e statistiche con la fonte. Un'affermazione supportata da un numero verificabile è citabile; un'opinione generica no.
- Struttura chiara. Paragrafi che rispondono in modo autoconclusivo, così l'AI può estrarre il pezzo giusto senza dover leggere tutto.
- Presenza in fonti che le AI considerano affidabili: recensioni, articoli, directory di settore. Essere nominati altrove conta spesso più del proprio sito.
- Coerenza delle informazioni — nome, indirizzo, contatti identici ovunque sul web.
✗ Quello che non serve (o fa danni)
- Riempire i testi di parole chiave. Lo studio è chiaro: peggiora la resa, non la migliora.
- Allungare le pagine per gonfiarle. Volume senza sostanza non aumenta la presenza nelle risposte.
- "Semplificare" artificialmente i contenuti togliendo sostanza senza aggiungere valore.
- Pagare chi promette "il primo posto su ChatGPT" con numeri garantiti. Non esiste una classifica ispezionabile: chi lo garantisce sta vendendo fumo — come già scrivevamo per Google anni fa.
L'errore più comune, e più costoso
C'è una cosa che tante aziende sbagliano senza accorgersene, ed è banale da correggere: bloccano i crawler delle AI senza saperlo.
Esiste un file, il robots.txt, che dice ai programmi automatici cosa possono leggere del vostro sito. Il punto delicato è che i "robot" delle AI sono di due tipi diversi, e vanno trattati diversamente. Alcuni raccolgono contenuti per addestrare i modelli. Altri — ed è questo che conta — leggono la vostra pagina nel momento esatto in cui un utente sta facendo una domanda, per costruire la risposta.
Bloccare questi ultimi significa una cosa sola: sparire dalle risposte delle AI. Ed è un errore diffuso, perché molti configurano il blocco per timore dell'addestramento e finiscono per tagliarsi fuori anche dalle citazioni. Verificare e sistemare quel file è spesso il primo, immediato passo di qualsiasi strategia GEO seria.
La parte scomoda, detta chiaramente
Ora la parte che ci distingue da chi vende GEO come la formula magica del momento. Nessuno può garantirvi che un'intelligenza artificiale vi nomini. Non c'è una classifica da controllare, non c'è uno strumento di misura infallibile, e ogni AI si comporta in modo diverso dalle altre.
Quello che si può fare è lavorare sulle condizioni che, con prove alla mano, aumentano le probabilità: contenuti che rispondono a domande vere, dati verificabili, coerenza delle informazioni, presenza in fonti citabili, un sito tecnicamente accessibile alle AI. È lavoro serio e concreto — e ha un vantaggio non da poco: migliora anche la SEO tradizionale. Le due cose non si escludono, si rinforzano.
In una riga
Il GEO non è il funerale della SEO: è la SEO che si estende a un nuovo tipo di ricerca. Chi ha fatto bene le fondamenta parte avvantaggiato. Chi cerca la scorciatoia garantita, come sempre, troverà solo qualcuno pronto a vendergliela.
Perché conviene muoversi ora
Un'ultima considerazione, che è anche un'opportunità. Questo è un momento particolare: la maggior parte delle aziende, nella maggior parte dei settori, non ha ancora iniziato. La finestra è aperta. L'autorevolezza agli occhi delle AI, esattamente come l'autorevolezza agli occhi di Google prima di lei, si costruisce nel tempo e si accumula. Chi comincia a costruirla oggi sarà tra le fonti che le AI citeranno domani.
Non serve stravolgere tutto. Serve iniziare dalle fondamenta giuste: un sito accessibile, contenuti che rispondono a domande reali, informazioni coerenti e verificabili. Il resto si costruisce sopra, un passo alla volta.
Alla Multimediaservice il marketing lo trattiamo come una disciplina fatta di dati e metodo, non di improvvisazione. Vale per la SEO da oltre vent'anni, e vale per il GEO adesso che sta nascendo. Se volete capire dove si trova oggi la vostra azienda — nei motori di ricerca e nelle risposte delle AI — e cosa si può fare concretamente, parliamone.
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